Viveva, nelle mie terre, un terribile orco di nome Krog. Aveva mani grandi come vanghe e la bocca larga come un forno. Con la sua voce possente era persino capace di far guaire i lupi, ed il suo olezzo nauseabondo era così intenso che si coglieva finanche controvento. Era preposto a terrorizzare un piccolo villaggio di contadini adagiato sulle colline sulla riva opposta del fiume.
Forteschiuso, così si chiamava il borgo, era formato perlopiù da casette in pietra coi tetti in paglia, alle volte le quattro mura racchiudevano una sola stanza. Gli animali domestici gironzolavano quieti, e il vociare delle donne prese ai lavori del focolare colorava ciascun vicoletto.
Torreggiava, a circa mezz’ora di cammino, un’antica fortezza che, nella sua ultima battaglia, si era procurata una grossa breccia su un fianco. I monelli del paese non perdevano occasione d’intrufolarvisi per vivere magiche storie.
Non ho mai conosciuto un orco più dedito al proprio lavoro di Krog. Ogni sera, all’imbrunire, faceva la sua comparsa ai margini di Forteschiuso spaventando con la sua andatura ondeggiante e la testa ben incassata fra le spalle chiunque ne distinguesse la sagoma. Alle volte, ma badando bene a non far diventare la cosa un’abitudine, saliva fino al forte e da lì urlava una o due volte. Poi tendeva l’orecchio e quando riusciva a sentire il pianto disperato dei bambini compariva la sua arma definitiva per scatenare il terrore: il suo orribile sogghigno, con tanto di bava e storti ed enormi denti aguzzi.
Raramente qualche pastore si lasciava sfuggire dal gregge una pecora. Non accadeva più che una o due volte l’anno ormai, perché era bene impresso anche nelle mente dei più piccini che una volta smarrito un ovino, per quanto lungamente lo si fosse cercato, se ne sarebbe ritrovata solo la carcassa qualche giorno più tardi.
Una volta, ed una sola davvero, un bambino si perse nel bosco. Al tramonto, quando la madre si rese conto della sua assenza, si organizzarono immediatamente squadre di ricerca, e fiaccole e grida e forconi spaziarono nella foresta. Del bambino, purtroppo, non se ne seppe più nulla.
Accadde dodici anni fa, se la memoria non m’inganna, che l’estate fu troppo calda e secca e quando i contadini ararono i campi e vi sparsero le sementi queste crebbero striminzite sul terreno troppo arido.
Gli abitanti di Forteschiuso, che erano tanto semplici quanto previdenti, non furono presi alla sprovvista: il loro granaio era gravido dei chicchi accumulati negli anni.
Purtroppo l’estate successiva non fu migliore della precedente. Anche quell’anno le piogge furono scarse, nella stagione calda la terra si crepò e le zolle si frantumavano in sabbia a causa della mancanza d’acqua. Anche l’erba crebbe scarsa e gli animali cominciarono a patire la fame e a perdere, giorno dopo giorno, le proprie riserve di grasso e la lucentezza del loro manto.
Il fiume si era ridotto ad un rigagnolo e quella poca acqua doveva servire per la sete di uomini, bestie, e grano. Bastava uscire di casa per qualche ora per trovarsi la bocca piena di terra; i bambini quasi non andavano più al forte per evitarsi il cammino sotto l’arsura del sole. Chi voleva evitare di sudare doveva fare attenzione persino a non respirare troppo spesso.
Il paese affrontò il secondo anno di carestia con lo stesso sereno rigore di quello trascorso; il grano che ancora avevano era tanto che anche coprendo ciascuno di loro dalle punta dei piedi fin sopra i capelli, comunque ne sarebbe avanzato per riservare lo stesso onore ad un ospite per famiglia.
La sfortuna, però, continuava ad accanirsi sul villaggio: non solo Krog in quel periodo saturo di concerti di cicale ad ogni ora del dì, aveva continuato a spaventare grandi e piccini e mangiare pecorelle sempre più rachitiche, quanto si preparava per i contadini un altro e beffardo scherzo.
Finalmente venne la pioggia.
Tanto desiderata, sospirata, invocata. Il sole fu nascosto da nuvole nere e adulti e bambini uscirono dalle loro case a ringraziare, con la stessa familiarità e naturalezza che si riserva ad un caro amico, lo stesso cielo che fino al giorno prima avevano pregato, poi maledetto, poi ancora supplicato, contro cui avevano urlato, che avevano insultato e che, finita la loro immaginazione, erano tornati ad implorare.
Prima le gocce caddero una ad una, con un certo imbarazzo, forse temendo di non essere più bene accette dopo tanta assenza; rapidamente presero coraggio, scendendo sempre più frequenti e panciute, trasformando un timido acquazzone in un deciso temporale. In pochi istanti i contadini ed i loro figli si ritrovarono inzuppati dalla testa ai piedi, con la faccia verso l’alto e la bocca aperta a cogliere quella benedizione direttamente sulla lingua; i monelli saltavano a piedi nudi nelle pozzanghere schizzando acqua ovunque, persino le ragazze più giovani, incuranti delle grida delle loro madri, corsero in strada lavandosi dai vestiti, dalla pelle, dai capelli lunghi e sciolti la polvere che da tanto non riuscivano a scrollarsi di dosso.
Piovve tutto il giorno.
Piovve tutta la notte.
Forteschiuso festeggiò con canti e danze la fine della siccità: macellarono due vitellini e bevvero buona parte del vino che ancora avevano. Andarono a dormire sorridenti ascoltando la pioggia scrosciare, come i neonati ascoltano le ninnananne delle madri.
La pioggia rimase battente per il giorno successivo, e quello dopo ancora, e quello dopo ancora…
L’acqua prima lavò la terra che era secca, poi le zolle cominciarono ad assorbirne sempre di più. Il fiume s’ingrossò, perse la placida calma, e cominciò a trasportare sino al mare detriti d’ogni genere; ogni giorno rubava un po’ di terra per il suo letto.
Le donne furono le prime a trovare fastidiosi tanti giorni di pioggia: s’affaccendavano avanti ed indietro per la casa a sistemare casseruole e bicchieri dove le gocce s’intrufolavano dal tetto, svuotavano i bacili colmi nelle botti e li riponevano in terra. In quei brevi frangenti l’acqua cadeva sul pavimento e loro erano costrette a riasciugare tutto di continuo.
Krog aveva un bel daffare per svolgere bene il suo lavoro: le passeggiate al tramonto erano inutili, perché tutti erano chiusi in casa a difendersi da quel continuo fortunale; quando saliva al forte e si esibiva nei suoi ruggiti spesso questi si mescolavano ai boati dei tuoni rendendoli decisamente troppo poco orcheschi per terrorizzare a dovere.
Quel terzo anno i contadini decisero di non seminare affatto: tutta quella pioggia avrebbe fatto marcire il grano. Durante l’inverno mangiarono gli ultimi chicchi che avevano destinato alla semina.
In quei pochi anni Forteschiuso era rapidamente andato in rovina. Il granaio era ormai vuoto, e le strade in pietra, prima spaccate dal sole, ora si erano trasformate in un pantano, le massaie avevano rinunciato a salvare le loro case dall’acqua e tutti si preoccupavano solo di non far bagnare l’amaca su cui avrebbero poi dormito. Gli uomini camminavano scalzi con i pantaloni arrotolati fino ai polpacci nel tentativo, vano, di portarsi addosso meno umidità possibile. I recinti e gli ovili erano mangiati dalle tarme e poi marciti, gli animali non scappavano solo perché erano ridotti, se riesci ad immaginarlo, peggio del legno che li tratteneva. L’agricoltura era stata completamente abbandonata, ed anche i pastori non avevano più nemmeno un fazzoletto di terra dove far pascolare le loro bestie. Il castello era divenuto territorio indiscusso di Krog.
La nuova estate finalmente portò equilibrio nel clima scombussolato degli ultimi anni. Bisognava ricostruire tutto. Partendo da nulla.
Decisero che nel mese della semina, per comprare il grano da piantare, avrebbero venduto le loro ultime pecore alla fiera annuale che si teneva a Illemma di Zoorn, e che per pascerle fino ad allora avrebbero tirato giù i tetti delle case par dar da mangiare loro la paglia.
Furono mesi durissimi, sempre con la cinghia stretta per non sentire i morsi della fame, con le vesciche alle mani causate da vanghe, aratri, accette, seghe e martelli. Anche i bambini quella stagione divennero adulti a causa del tanto lavoro.
La sera mangiavano ciò che le donne riuscivano a raccogliere nel bosco, e qualche chicco di grano conteso ai topi che intanto avevano preso possesso del granaio.
Dormivano sotto un tetto di stelle ma guardare i loro capi che riacquistavano forza, mangiando la paglia che prima gli copriva il capo, dava loro la speranza e la forza necessaria a superare un periodo tanto difficile.
L’agosto giunse alla fine, e con i primi giorni di settembre sarebbe venuta anche la fiera. Rev il Giusto fu incaricato di vendere i ruminanti al mercato.
Rev partì da Forteschiuso alle prime ombre della sera, per arrivare ad Illemma poco prima che il sole si svegliasse e poter scegliere un buon posto nella piazza della festa.
Piazza Giulia era interamente lastricata da un mosaico, i colori erano quelli dell’arcobaleno: cremisi all’esterno, poi giallo cadmio, cambiando impercettibilmente sfumature e tonalità, fino al blu cobalto ed, infine, oltremare. Non rappresentava nulla che si possa facilmente raccontare, ma seguendo attentamente le mille e mille volute e gli infiniti arabeschi si sarebbe scoperto che tutto il disegno era rappresentato in ogni sua parte, per quanto piccola essa potesse essere.
Il giorno del mercato, naturalmente, il bel mosaico non era visibile. Quello che invece destava l’attenzione erano le innumerevoli bancarelle, i venditori che urlavano le qualità delle loro mercanzie, i profumi di cavallucci di formaggio e di frutta candita. Gli zingari di Melquìades, non meno colorati del mosaico, presentavano al mondo per pochi soldi le incredibili scoperte dei Saggi di Babilonia, come l’acqua solida e la pietra che attira i metalli.
Stranamente per chi avesse conosciuto le intenzioni di Rev il Giusto, le pecore di Forteschiuso non erano in vendita: anzi non erano presenti né loro, né tanto meno chi avrebbe dovuto accompagnarle.
Era mezzogiorno quando Krog, andando a caccia per la foresta, notò in una radura un uomo solitario, con lo sguardo perso nel vuoto, seduto su un grosso ceppo cavo. L’orco non aveva scelta: abbandonò la pista che stava seguendo ed immediatamente si dedicò al suo lavoro.
Si avvicinò lentamente, misurando le falcate. Per ogni metro che Krog copriva, la sua bocca si torceva un po’ e mostrava qualche altra zanna della sua orribile dentatura; la sua andatura era la stessa che aveva utilizzato da sempre: gambe un tantino divaricate, schiena leggermente curva e braccia e mani protese in avanti. Un lieve respiro doveva evidenziare ogni passo.
Gli occhi sgranati.
L’orco era a due soli passi dalla vittima, le fauci distorte in un raccapricciante ghigno, quando questa posò per un attimo lo sguardo sulla creatura dalla pelle verde muffa e dal puzzo di cadavere e con poche parole ne smontò ogni entusiasmo: -Non darti la pena di spaventarmi, orco. I lupi mi hanno attaccato questa notte, li ho scacciati, ma non prima che facessero scappare tutte le pecore. Ora non c’è più alcun modo per salvarci dalla rovina. Mangiami, e mi eviterai di sentire il mio cuore straziarsi per tanti sacrifici finiti nel nulla-
Detto questo tornò a fissare il suo nero futuro, disinteressandosi al mostro che ancora tratteneva il fiato per un assordante ululato.
Purtroppo le parole di Rev il Giusto erano veritiere, e raccontavano crudamente l’ultimo tiro che il destino aveva voluto riservare al villaggio: senza gli animali da vendere non avrebbero avuto le sementi, senza grano presto la fame avrebbe vinto su tutti gli abitanti. Forteschiuso era condannato ad una ingloriosa fine. Krog impiegò circa dieci minuti di sbattimento di palpebre per rendersi conto che con lo sconsolato viandante al momento non era aria, altri quaranta di affannato passeggio circolare nella radura per afferrare l’arduo concetto che, molto presto, sarebbe stato un disoccupato. Il sole era in fase calante da qualche ora, quando il contadino raccolse il poco coraggio che ancora possedeva e dirigendosi verso casa, frugò nella sua mente e nel suo animo cercando parole meno amare per raccontare quella storia che troppo sapeva di fiele.
Quella notte il paese fu insolitamente silenzioso; tutti i cuori erano attanagliati da un insolubile quesito: rimanere ed affrontare una probabile fine di stenti, o andarsene tentando altrove la fortuna, lasciando morire le proprie radici?
Sotto il cielo stellato Krog urlò dinnanzi all’uscio d’ogni dimora; ma gli uomini erano tanto assorbiti dalla ricerca d’una risposta soddisfacente, che non ebbero neppure un tremito nell’udire quegli sbraiti, malgrado fossero assordanti e cupi.
I raggi del sole penetravano facilmente in quelle case senza tetto e, come ogni giorno a Forteschiuso, tutti si svegliavano quando il calore sul viso diventava insopportabile.
Provati dall’insonnia, con gli occhi semichiusi, le gambe pesanti ed il cervello perso da almeno dieci ore negli stessi turbinanti problemi, schivarono gentilmente il sacco davanti la loro soglia e si diressero verso il centro del paese; guardavano davanti a loro, ma non vedevano nulla: vuoi per la stanchezza, vuoi per i loro crucci.
Quei bambini che gridavano erano insopportabili. Non c’era nulla di cui essere felici quel giorno ed anche i fanciulli ne erano consapevoli, ma si sa: per i ragazzi è impossibile esser pensierosi.
Quello che però suonava strano era l’accostamento delle parole “grano” e “Krog” che ai poveri fattori sembravano assolutamente inconciliabili.
Rev il Giusto stava per prendere la parola come la sera precedente. Nuovamente non avrebbe avuto un compito facile, perché era sua intenzione convincere i suoi conterranei a lasciare il villaggio. Avrebbe detto che sarebbero potuti tornare entro pochi anni, non appena il destino non gli sarebbe più stato avverso; gli avrebbe raccontato che quelle terre ed il forte ed il fiume sarebbero sempre stati lì ad aspettarli. Anche sapendo di mentire avrebbe insistito che nulla sarebbe cambiato, che gli alberi dei loro viali e le pietre delle loro case avrebbero conservato i loro ricordi e che non sarebbe passato molto tempo prima di ripetere quei gesti quotidiani come schivare un sacco davanti la porta di casa…
Ma a ben pensare non era un fatto così usuale…, avrebbe detto quasi che era la prima volta nella sua vita che si trovava un sacco di (non osava pensare di cosa) davanti casa!
Così mentre la sua voce tremante tradiva la sua aspettativa non si rivolse ai padri che erano pronti ad ascoltarlo, ma ai giovani che erano riuniti in fondo alla piazza: -Figliuoli! Il mio cuore non reggerebbe se vi domandassi cosa vi è dentro quei sacchi, ditemi, piuttosto, credete che i vostri fratellini impareranno a camminare salendo la strada verso il castello, e che i vostri nonni continueranno a dormire negli stessi letti in cui hanno sempre riposato?-
Mentre nella vallata tutti festeggiavano l’ormai insperata semina con suoni di fisarmonica e canti popolari, con quadriglie e tarantelle, Krog riposava nel folto della foresta allungando di tanto in tanto un orecchio prima di accoccolarsi e riprender sonno.
La scorsa notte era stato un duro esercizio arrivare fino a Zoorn e impossessarsi del grano sufficiente a Forteschiuso senza ridurre nessuno in miseria. D’altronde non poteva fare altrimenti: non voleva restare disoccupato, né rovinare il lavoro di qualche suo collega.
Poi quella sera aveva deciso di spaventare uno per uno gli abitanti del villaggio, e già che si trovava a passare, lasciava il grano davanti a ciascuna porta… Così poteva ricordarsi di chi già aveva spaventato. Mentalmente si diede una pacca sulla spalla: lui si che era un orco intelligente!
Al crepuscolo riprese la sua abituale ronda, più scuro nel volto e nell’animo di mai, ogni figura che incontrava si dava a gambe levate non appena vagamente riusciva distinguerlo, a notte fatta salì fino alla roccaforte.
Entrò nelle mura attraverso la grande breccia e salì le scale fino alla torre che dominava il fiume, i campi, il bosco e tanto spazio ancora; inspirò rumorosamente col naso per tantissimi secondi, strinse l’addome fino a farlo assomigliare a quello d’una femmina, allargò il torace tanto da poterlo paragonare al portone del castello, lentamente alzava ed abbassava le braccia come a voler imitare gli uccelli.
Tirò indietro la testa e trattenne il respiro per qualche attimo ascoltando tutto intorno a lui: pace e silenzio completi. Quindi aprì la bocca e rilasciò con violenza tutta l’aria che aveva nei polmoni. L’urlo che ne risultò fu così possente che persino io non ho memoria d’uno che gli sia rivale. Fece alzare gli uccelli dagli alberi, guaire i lupi e tremare le montagne. La sua eco non si spense che diversi minuti dopo. Da Forteschiuso, intanto si alzava il pianto ininterrotto e atterrito dei lattanti.
Krog sogghignò e tornò alla sua caverna compiacendosi che fin quando lui sarebbe stato lì, Forteschiuso non avrebbe avuto una notte tranquilla.
Complimenti.