A pochi giorni di cammino da qui, dove proseguiremo il nostro viaggio, cresce il bosco di Milo; lì viveva un giovane satiro di nome Desiderio. Divideva la sua villa con Trudy, un amorevole orso di peluche, che i sogni d’un bambino avevano reso vivo. Insieme coltivavano una rigogliosa vigna e grazie alla loro passione spesso ottenevano un vino eccellente.
Desiderio era uso alla mia corte infatti, nonostante il suo amore per il corteggiamento e le passioni che sprigionava, e la sua adorazione per l’alcool, vino in particolare, come molti satiri era degno combattente ed ancor più fine stratega ed oratore. Quando, ancora una volta, Desiderio aveva compiuto per me grandi servigi, gli domandai:
-Da sempre mi servi con gioia e rispetto: le tue imprese sono cantate da ogni menestrello. Da sempre rendi allegro il mio popolo: le tue ballate risuonano in ogni osteria. Non vorresti alcuna ricompensa ma, da eroe, l’accetterai tuo malgrado.
-Sommo signore,- mi rispose Desiderio -il limitare delle terre in cui vivo è segnato dal corso di un fiume dove spesso mi bagno. Poco prima della cascatella, le acque divengono nere: dopo il salto dell’acqua, il cielo, che dovrebbe avere un perenne arcobaleno, è plumbeo. Le ninfe che vivono nel lago sotto la cascatella sono perennemente tristi quando, invece, dovrebbero gioiosamente nascondersi. Permettimi di indagare su tale maleficio.
Desiderio aveva un cuore generoso come le sue parole lasciavano intendere e chiedeva questa ricompensa per via della più bella tra le ninfe del lago: voleva che fosse felice, voleva averla con sé. Per prima cosa Desiderio parlò alla Ninfa, le chiese: -Vuoi che ti faccia felice
-Si!- disse lei -Ti prego, fa’ tornare limpide le acque del lago ed io sarò felice
Desiderio affidò a Trudy la sue bella villa e la sua rigogliosa vigna, quindi si avventurò. Scoprì che in un remoto passato, prima che lui o la Ninfa abitassero qui luoghi, una tragica storia era accaduta. Un uomo ed una donna si erano amati e, quando il loro amore era finito, ben prima che le loro vite si spegnessero, lui, tradito ed amareggiato, cercò la seducente e pericolosa strega Artz perché le sue pene d’amore cessassero. Lei gli diede un filtro magico e gli disse di correre, senza mai fermarsi, fino al luogo dove per la prima volta aveva incontrato il suo amore e s’erano amati. Lui corse per un giorno intero e mentre correva la fatica e la pozione agivano su suo cuore, strappando via da esso ogni emozione, lasciando solo una pompa per il sangue. Quando arrivò al fiume gli tornarono alla mente le immagini del loro amore, gli odori dei loro corpi, il sapore delle labbra di lei; lo stomaco gli si strinse, il petto si gonfiò ed un atroce sapore gli risalì fino in bocca: vomitò nel fiume qualcosa di nero e fetido che prima era stato il suo amore ed ora era delusione e sconforto. Il giovane uomo, ormai senza alcun sentimento, lasciò quei luoghi senza mai curarsi del fatto che i suoi dolori avrebbero avvelenato le acque del fiume quando, invece, continuando a serbarli nel suo cuore questo li avrebbe leniti e col tempo avrebbe nuovamente gioito.
Desiderio cercò la strega e quando finalmente la incontrò le chiese se ci fosse un modo per rendere nuovamente limpide le acque del fiume. Lei gli rispose: -Le acque del fiume torneranno limpide non appena avrai portato via da lì quell’anima nera; ma bada, le mie maledizioni sono potenti e seppure l’arcobaleno tornerà a brillare sul lago, questo successo non ti donerà ciò che desideri.
Per quanto gli incantesimi di Artz fossero favolosi, altrettanto strabilianti erano le risorse di Desiderio. Non impiegò molto tempo ad individuare l’anima nera ed estrarla da fiume: non volendo distruggerla, l’unica maniera comportava che qualcuno soffrisse per quell’amore perduto, decise di rinchiuderla in uno dei suoi scrigni magici che gli avrebbe impedito di nuocere ancora. Quando, poi, Desiderio raggiunse il lago sotto la cascatella, mille particelle d’acqua si lasciavano candidamente attraversare dal sole proiettando un felice arcobaleno sulle rocce e sulla vegetazione. La più bella fra le ninfe accolse Desiderio con un sorriso radioso prima di tuffarsi, nuovamente, fra le acque: queste, finalmente limpide, non la nascondevano affatto, Desiderio la catturò facilmente dai fianchi e la attirò a sé.
Le lune si susseguirono romantiche mentre Desiderio e la Ninfa, ignari del tempo che passava, continuavano ad innamorarsi ad ogni sguardo, ad incantarsi coi loro corpi, a tramare l’uno contro l’altra tranelli in cui erano ben desiderosi di cadere. Condividevano tutte le loro passioni dove ciò che più li incantava e li legava l’un l’altra era discorrere. Prima o poi, che il discorso nascesse dalla bella armonia tra i tuffi dei pesci, il tenue scrosciare della cascatella ed il cinguettare degli uccelli, o dal domandarsi chi avrebbe vinto l’eterna lotta fra seelie ed unseelie così come quella tra il piccolo popolo ed i fomoriani, prima o poi, dicevo, arrivavano a scoprire il loro amore e di come questo fosse necessario in ogni semplice o grande avvenimento attorno a loro. Questo gioco era potenzialmente infinito: una volta scoperto il loro amore nel mondo, ogni istante, ogni parola ed ogni bacio scambiato era la prova della profondità del loro amore.
-Mia adorata Ninfa,- diceva il Satiro -accanto a te vedo la bellezza delle cose e per questo ti amo. Mia adorata Ninfa, ti amo e per questo vedo la bellezza delle cose: vedo la bellezza del nostro amore-
Alle volte Desiderio doveva allontanarsi dalla Ninfa ed ogni volta entrambi soffrivano per la separazione. Quasi tutti, uomini come donne o anche creature fatate, amano come la fiamma d’una candela, tremolanti, mutevoli; Desiderio e la Ninfa, invece, s’amavano con l’intensità d’una foresta in fiamme e la lontananza, come il vento, rendeva più ardente il loro amore. Purtroppo, però, il Satiro doveva ancora scoprire quanto fosse difficile realizzare i propri desideri pur rimanendo sereni. Il cuore della Ninfa era ancora timoroso ed insicuro a causa delle acque nere in cui ella aveva vissuto: Desiderio, sebbene fosse di questo, non se ne crucciava, invece era sempre premuroso ogni volta che lei si mostrava incerta e gli raccontava il suo amore solido ed incondizionato.
Un giorno, mentre il Satiro era via, la Ninfa riposava vicino al lago, fissava il cielo azzurro, e tramite le nuvole bianche che correvano veloci mandava messaggi d’amore al suo Desiderio: erano settimane che viveva la sua mancanza. Era molto triste perché, senza il Satiro a renderla felice, il suo cuore malato le impediva di vedere le cose belle attorno a se. In quel mentre le si avvicinò un rospo che, con una voce profonda che sembrava quasi un rutto, le gracidò: -Se vuoi essere felice, devi curare i sentimenti che gelano il tuo cuore. Desiderio, che credi il tuo amore, cela fra i suoi tesori quell’anima malata: la tiene nascosta perché ti vuole per sé.-
Le parole del rospo ferirono inguaribilmente l’amore della Ninfa: per questo, lei, con una grossa pietra, schiacciò la ripugnante creatura; la colpì una, due, duecentosettantuno volte fino a che non ne rimase che una puzzolente macchia verdastra. Nonostante questa temporanea vendetta, la Ninfa sapeva che il rospo mentiva solo sui sentimenti che il Satiro nutriva; lei era ben consapevole che, sebbene il rospo avesse ragione, Desiderio voleva, prima di tutto, che la sua Ninfa fosse felice. Per questo, tristissima ma determinata, cercò subito l’anima dell’amante tradito e lasciò che invadesse il suo cuore.
Quando Desiderio tornò, non gli bastarono che pochi istanti per accorgersi che la ninfa accanto a sé non era affatto la sua Ninfa: lei, d’altronde, anche volendo mentire ad un satiro che gli era così caro, non avrebbe potuto ingannare chi conosceva il significato di ogni suo piccolo gesto se non ingannando se stessa. Aver perduto la Ninfa fece vacillare il mondo intero attorno a Desiderio: versò lacrime urlando di dolore, poi, sperando di dimenticare, bevve fino all’ultimo goccio gli odorosi vini della sua cantina, infine, ancora colmo di rabbia rase al suolo, da solo ed in una splendente giornata, la fortezza del malvagio Abi Gail. Chiunque sarebbe stato accolto nel regno di Delirio o, ancor più, in quello di Disperazione; il satiro, però, era Desiderio. Ogni qual volta sprofondava in un eccesso era il sogno della sua Ninfa a riportarlo in superficie: non voleva accettare che il cuore della Ninfa fosse troppo giovane, o troppo debole, per ricambiare l’amore che provava per lei. Quando finalmente Desiderio riprese coscienza di sé, la ninfa aveva già intrapreso il suo viaggio; quanto sarebbe durato o ci avrebbe incontrato neppure lei poteva immaginarlo: l’unica certezza erano le passioni che ancora provavano l’uno per l’altra. Il Satiro sapeva che ogni viaggio è innanzitutto un viaggio dell’anima e che se la ninfa peregrinava in luoghi sconosciuti per far crescere il suo cuore, lui pur rimanendo alla sua villa, doveva intraprendere una cerca altrettanto profonda. Allora fu Desiderio a scrivere per lei messaggi nel cielo mentre riprendeva a dedicare tutto il suo tempo, come un tempo, a curare la villa e a comporre ballate. A modo suo aspettava che lei tornasse: nonostante la sua mancanza gli opprimesse il cuore, imparò a godere di ogni sfumatura gioiosa che incontrava, senza badare, invece, ai motivi di noia che prima lo facevano irritare.
Dopo un tempo che ad entrambi sembrò una vita intera, la Ninfa si ritrovò in luoghi familiari e presto riconobbe il Satiro che non aveva mai dimenticato; si abbracciarono e si strinsero come se non si fossero mai lasciati. Lei chiuse gli occhi, gli accarezzò il viso e gli mormorò quanto era bello, nonostante tutte le sue esperienze, riconoscere le curve ed i segni del volto che gli era così caro. Entrambi erano ansiosi di scoprirsi nuovamente; di scoprire se, dopo viaggi così profondi che tanto li avevano allontanati, le passioni che ancorano provavano non fossero legate solo ai loro ricordi. La Ninfa raccontò a Desiderio tutto il suo cammino, delle scelte che aveva compiuto, e di come, crescendo, il suo cuore aveva liberato l’anima dell’uomo da tutto quel dolore. Desiderio, però, per la prima volta, temeva i suoi desideri: ricordava con cocente dolore la sua scelta di volere la Ninfa per se e tremava al pensiero di desiderarla ancora. Allora la Ninfa tornò al lago, fra le altre ninfe, ed ogni giorno Desiderio veniva da le per rapirla. Alle volte il Satiro restava nascosto per ore aspettando che la Ninfa ignara —forse solo secondo Trudy— gli passasse abbastanza vicino per ghermirla con un solo balzo; alle volte, invece, si presentava a lei inoffensivo, con qualche dono irresistibile agli occhi della Ninfa e, parlandole, la incantava facendola incautamente allontanare dal suo lago: una volta nel bosco diventava una facile preda. Ogni rapimento era una gioia per entrambi, le loro passioni esplodevano, e sempre gli sembrava che il sole accelerasse la sua corsa perché troppo in fretta le giornate arrivavano al termine. Purtroppo il tramonto non era un momento felice: Desiderio sentiva prepotentemente quanto volesse la Ninfa e si agitava, diventava irritabile e troppo facilmente il sorriso fuggiva dalle sue labbra; ogni notte il Satiro riaccompagnava la Ninfa al lago invece di invitarla nella sua villa.
Un giorno Desiderio si svegliò con un umore decisamente particolare. Lui, che così intensamente viveva ogni emozione, che con lo scorrere del tempo aveva imparato a distinguere ogni sussulto del suo cuore, una sensazione così non l’aveva mai provata: rimase lì ad assaporarla. Dell’ingenua gioia del suo passato, prima che la Ninfa lo lasciasse non ve ne era ombra; neppure alcun genere di serenità che tanto agognava dal principio della sua cerca interiore: il suo tormento era ancora tutto presente. Eppure quel tormento non lo spaventava più. Gli sembrava di vivere nella calma prima della tempesta ma che non aveva più senso, perché in fondo non l’aveva mai avuto, essere tanto indaffarati da cercare un rifugio da scordarsi di assaporare l’elettricità dell’aria e le tensioni degli sprazzi di vento. Dopotutto che un riparo fosse pronto per lui dipendeva esclusivamente dal libro di Destino; lui, come attore della sua vita, doveva preoccuparsi di interpretare il presente piuttosto che crucciarsi di ogni possibile futuro. Nonostante pensieri così profondi al satiro bastava immaginare il dolce sorriso della sua Ninfa per decidersi a saltare in piedi: immediatamente corse a rapire la sua amata. Non appena la vide le parole gli si composero sulle labbra come quelle delle sue ballate:
-Mia adorata Ninfa, volere la tua felicità è un desiderio pericoloso perché domani, come ieri, può portarmi via i tuoi baci e le tue carezze che fanno vibrare il mio cuore; d altronde senza questa potrei gioire solo a metà perché non potrei dividere con te la mia gioia. Mia adorata Ninfa, ti voglio accanto a me ma ora ho imparato che solo grazie alle tue avventure puoi scoprire se, come mille ed una volta t’ho narrato, il nostro amore è necessario ad ogni storia. Oggi è il primo giorno da quando sei partita che non temo più il mio nome.-
Al tramonto, finalmente, Desiderio invitò la Ninfa alla sua villa.