
Il Satiro lascia Marrakesh dopo due giorni, sul sedile posteriore della sua macchina a noleggio: ha una sigaretta in bocca ed in quel momento si sente un pasha. Ha l’impressione di essere a capo di una lunghissima carovana che con lui abbandona la capitale: pullman turistici e di linea, taxi e pulmini, mezzi pesanti per il lavoro stradale… E’ solo in una lontana parte della sua mente che si domanda se lui non sia il protagonista di un qualche genere di Truman Show e tutta quella gente operatori e comparse.
Il compagno di viaggio del Satiro guida l’auto: fa parte della stessa famiglia del Satiro, qualche quarto di sangue comune, forse era stato un eshu ma ormai è dimentico della magia; di tutto quanto accade col Satiro condivide poco perchè in cerca di qualcosa di diverso. Mentre la cinta muraria di Marrakkesh è alle loro spalle commenta: -Non abbiamo fatto in tempo a visitare nulla-, il Satiro replica: -Non c’era nient’altro da vedere.-
Ait Benaddu è il cuore del Marocco: incredibilmente, pur essendo divenuto un luogo turistico, scenario di molti film, patrimonio dell’umanità, la magia dell’antica Kasba è ancora intatta.
Il trucco per riuscire nell’intento è tanto semplice quanto efficace: da tenere segreto. All’interno della Kasba si snodano le piccole vie che raccordano il Suk, ancora una volta il Satiro spende tempo all’interno, gli vengono mostrati i negozi di artigiani e come questi svolgono il loro lavoro: conosce pittori e scultori, intagliatori del legno e tessitori di tappeti. Conosce un nuovo mercante e nel suo Bazar combina uno scambio portandosi a casa un pugnale Tuareg. Il fascino del posto, però, è il panorama. Dall’alto dell’antica città si domina una larga valle, l’arancione della terra si mescola a quello delle case ed al tramonto tutto viene infiammato dal sole; un fiume, poco più d’un rigagnolo, porta acqua alla vegetazione tenace e di lontano si scorgono gli scempi edilizi. Dopo le montagne che chiudono la vista c’è il Sahara.
Anche qui la vita pubblica e quella privata sono completamente separate; il Satiro ancora di più si mescola ai marocchini. Spende una serata in totale tranquillità nella casa dove è ospitato, fuma e sorseggia una bevanda che vorrebbero spacciargli per thè ma è ponch gaelico -miele, acqua calda e wiskey- spende qualche parola con i suoi ospiti, coglie frammenti di discorsi sul loro senso del rispetto. In più comincia ad eccellere nel loro gioco preferito, il gioco del travestimento; da mane a sera, ogni volta che si cambia attività ci si cambia d’abito. In maniera profonda, si cambia lo stile di vestiario, ci cala un cappello o un turbante in modo da essere irriconoscibili: l’abito è ciò che farà il monaco. Incredibilmente il Satiro ha tutto il necessario per combinare trasformazioni su trasformazioni, dalle tuniche da arabo ai vestiti militari, poi jeans e magliette o giacche e pantaloni eleganti; naturalmente il suo abito magico che lì ha il potere di trasfigurargli il volto.

Antiche paranoie possono risalire a galla in nuovi scenari creando situazioni incredibilmente complesse agli occhi di chi guarda: più le prime aumentano, più il sogetto vede dettagli insignificanti e questi, scambiati per segni, alimentano quelle… Il primo sogno del viaggio è un pessimo asupicio: il Satiro incontra ignoti tedeschi a Tokio, durante un congresso internazionale, li segue fra la gente, chiacchierano assieme; poi, in quell’attimo in cui nessuno guarda, tentano di assassinarlo. Infatti, sebbene vi siano ragionevoli giustificazioni, il Satiro troppo frequantemente è riconosciuto da sconosciuti: che siano amici di Muassif avvertiti della presenza di nuovi ospiti, che loro stessi lo abbiano già incontrato, magari quando entrambi erano in altra veste -o altra forma-. Eppure i segni sembrano superare la logica quando qualcuno lo riconosce e non semplicemente come viaggiatore amico di Muassif. Accade in modo inequivocabilmente magico perchè è un oggetto che riteneva innocuo a tradirlo: un libro, un libro per bambini pieno di immagini. Il Satiro è associato ad un capretta disegnata sulla copertina del Peter Pan che portava con sé nella borsa.
Sono parole che fanno immaginare. E mentre leggo quasi riesco a sentire quei profumi, quei sapori, a vedere quei colori. Ascolto il vociare della gente. Sento il calore del sole…
[...] Marrakesh Express – parte 2 – [...]