Il solipsismo cognitivo è una rapida soluzione ad ogni problema di relazione. Molto semplice: io esisto come essere pensante, di tutti gli altri, potendo cogliere solo la forma, altro non sono che forma. Poi, una certa maturità mi ha convinto che non era molto divertente vivere in un mondo dove non avevo nulla da imparare dagli altri e così ho abbandonato la mia comoda filosofia… epperò non che sia semplice scambiare davvero conoscenze con chicchessia, almeno non se le conoscenze non sono quelle che riempiono i libri.
Quando più piccolo andavo completando la mia adolescenza ero roso da questa questione filosofica: perchè avendo assimilato con entusiasmo Kant e Cartesio, avendo creduto, quasi come dogma fondante, alla visione Galileana della scienza, dividevo in maniera draconiana la realtà sensibile e non conoscible dal complesso apparato illusorio che mi permetteva di interpretarla.
Certo, avevo amici che condividevano i miei punti di partenza con i quali verificavo le mie teorie più estreme dimostrandole logicamente esatte. Per dirne una, la più semplice e bizzarra, giustificavo la rabdomanzia come metodo per la ricerca dell’acqua: la geologia darà una migliore probabilità di successo, ma se tutto ciò che ci offre è una probabilità questa non la rende più esatta di quella.
La possibilità di comunicare soffriva delle medesime incertezze: se la realtà non esiste (perchè non è conoscibile) come è possibile la comunicazione? …Ammesso che ci sia da comunicare perchè IO esisto come essere pensante, ma gli altri?Oggi il mio punto di vista è cambiato; l’adolescenza è finita da un pezzo e con essa i suoi sofismi. La realtà esiste e noi la percepiamo al di là della nostra stessa scienza. Eppure la comunicazione rimane un enigma irrisolto.
Non nelle miserie di ogni giorno, non dubito più che la richiesta di un panino al formaggio possa essere pensata soddisfatta, chessò, da un pallone di cuoio, ma comunque irrisolto in tanti, grandi e piccoli, istanti della nostra vita.
Quante volte un consiglio od una critica rimangono inattesi? Quante, tante, volte ci viene chiesto di cambiare atteggiamento e quante, poche, volte questa richiesta è soddisfatta?
La mia personale risposta sta nella capacità di indossare i panni dell’altro: perchè logicamente il proprio punto di vista è invariabilmente esatto. Ma noi siamo molto più che sola logica.
Che in una favola i semi siano tutt’altro che innocui lo si sa sin da bambini! Il Satiro passa una notte terribile completamente avvolto da dolori e paure; urla, si spoglia, e perde la sua identità, si contorce fra gli spasmi, esce di casa e vi rientra, sveglia chi dorme con lui, prega di non morire… poi sopraggiunge l’alba e poco alla volta il Satiro riacquista coscenza. Vede il posacenere zeppo di sabbia del deserto e ricorda le gioie sregolate della sera: immagina una similitudine fra questi e l’oro delle fate che, il mattino dopo, è mutato in foglie secche.
arabo questo si comporta: si mette a disposizione per i lavori della giornata, va far la spesa in città, aiuta la gestione della piccola agenzia di viaggi. Avrebbe da imparare tantissimo ma la fatica del viaggio si assomma a quella dell’ultima notte e dopo un lauto pranzo il Satiro vorrebbe solo riposare. Eppure questo semplice desiderio non è facile da realizzare: il compagno del Satiro proprio non riesce a starsene tranquillo e continuamente domanda se forse non si vorrebbe fare questo o quello impedendo al Satiro di rilassarsi. Infatti, quando nel tardo pomeriggio si riparte per il deserto, questo vede nemici sia in Muassif che nell’altro giovane arabo che li guida fra le dune… forse dubita persino del suo compagno.
Eppure proprio il compagno del Satiro in quella situazione tiene incollata la compagnia, impedisce al Satiro di crollare, gli regala un amuleto ed un nome; tutti insieme piantano la tenda per la notte. Quei momenti sono pieni di stelle ed un piccolo falò scalda i quattro pellegrini: si chiacchiera un po’, ci si scambia insegnamenti. Il Satiro come sempre è pieno di domande e Muassif soddisfa le sue curiosità sull’ospitalità marocchina; quando poi il Satiro s’interroga sul deserto Muassif semplicemente lo invita a visitarlo, ad andare in cerca dei cammelli che, intanto, s’erano allontanati. Dal canto suo il Satiro racconta della sua professione ed intuisce, superficialmente, la stima ed il rispetto che ciascuno ha nei confronti dei dottori; sia Muassif, sia l’altro giovane arabo sono impressionati dal fatto che il Satiro insegni a classi di cento persone ed, allo stesso tempo, si sentono onorati che in quel momento il Satiro parli a loro esclusivo vantaggio: se ogni per ogni favore se ne può chiedere un’altro in cambio allora il Satiro è più ricco d’ogni pasha!
Poi viene il tempo del sonno ma come accade da prima che il viaggio inzi, la notte è quasi del tutto insonne per il Satiro che, poco prima dell’alba, è nuovamente aggredito da mille dubbi: il deserto, però, lo ha tanto corroborato da fargli liquidare le sue paure con un semplice Io so chi sono. Anche Muassif si sveglia e lungamente discorre col Satiro, gli racconta delle sue esperienze colle donne e col deserto, gli chiede della famiglia; si complimenta col Satiro per molte delle sue abilità ma gli rimprovera di comportarsi come un bambino quando presta troppa attenzione ai segni… eppure Muassif non avrebbe dovuto sapere dei segni che il Satiro vede… eppure Muassif è visibilmente colpito da molti disegni che compaiono in Peter Pan, sembra riconosca TicTac e i bimbi sperduti e, sembra, li trovi così interessanti da mostrarli all’altro arabo… La colazione, quel mattino, ha un gusto tutto speciale. Muassif mescola il the fra i bicchieri e la teiera innumerevoli volte: come si può non vedere un segno del genere? Sebbene diversa in ogni luogo esiste sempre una cerimonia del the: non era affatto così che fino a quel momento il Satiro l’aveva vista in Marocco! Specie se lo stesso Muassif asserisce di sapere esattamente cosa sta andando a combinare.
La natura lo abbraccia possente. In una lunga e solitaria passeggiata il Satiro osserva le piante, gli animali che le mangiano, gli escrementi di questi che rendono fertile il terreno. Piccoli insetti, piccoli semi, l’acqua che impasta la sabbia, qualche falò passato, tracce di animali… il ciclo della vita gli appare tutt’insieme, immenso ed immensamente fragile: al Satiro sembra quasi di poter toccare ogni piccolo segreto del corpo di Madre Natura. Teme per ogni mozzicone di sigaretta che i compagni vorrebbero abbandonare, si strugge al pensiero di quanto la contraccezione sia innaturale. E’ la fine del viaggio: da qui in poi c’è solo il delirio.

La fuga però dura pochi attimi ‘chè il gruppo si ferma in un negozio di tappeti dov’è pronto un banchetto bastante anche per loro -come mai?-; lì sono raggiunti da una telefonata dell’albergo perchè, pare, il compagno del Satiro non aveva restituito le chiavi: il tempo passa, la carovana è perduta. Finalmente si lascia il Bazar quando il Satiro pone al mercante una domanda che suona alle orecchie di quello come una formula magica a cui non può che rispondere affermativamente: -Trovi che il mio amico sia un uomo furtunato perchè ha acquistato da te quel tappeto?-
Il Satiro si stupisce di come potevano permettersi tanto in un luogo così povero, il suo compagno non si preoccupa affatto della cosa, Muassif finge di non capire la domanda. Poco più tardi, in un altro piccolo centro, il Satiro si imbatte in un dottore: il dottore, inteso come laureato o dottore di ricerca, si riconosce dal vestito. Il Satiro ne aveva già incontrato uno prima di partire, nel negozio di Muassif, e sa che, essendo lui stesso un dottore, può contare su una certa benevolenza da parte di questi che, nel suo Marocco magico, fanno le veci delle gilde dei maghi. Gli offre un passaggio e con l’occasione racconta tratti diversi della sua vita con l’intenzione di apparire qualcun’altro: per il Satiro questo gesto è una magia che lo libera di quasi tutto il peso delle sue paure. Alle porte del deserto il Satiro cede il suo posto in macchina ad alcuni viandanti mentre prosegue il cammino a piedi con un ebreo: il Satiro lo intende come quarto compagno di viaggio e si sente sollevato dal segno.


Il compagno di viaggio del Satiro guida l’auto: fa parte della stessa famiglia del Satiro, qualche quarto di sangue comune, forse era stato un eshu ma ormai è dimentico della magia; di tutto quanto accade col Satiro condivide poco perchè in cerca di qualcosa di diverso. Mentre la cinta muraria di Marrakkesh è alle loro spalle commenta: -Non abbiamo fatto in tempo a visitare nulla-, il Satiro replica: -Non c’era nient’altro da vedere.-
Il trucco per riuscire nell’intento è tanto semplice quanto efficace: da tenere segreto. All’interno della Kasba si snodano le piccole vie che raccordano il Suk, ancora una volta il Satiro spende tempo all’interno, gli vengono mostrati i negozi di artigiani e come questi svolgono il loro lavoro: conosce pittori e scultori, intagliatori del legno e tessitori di tappeti. Conosce un nuovo mercante e nel suo Bazar combina uno scambio portandosi a casa un pugnale Tuareg. Il fascino del posto, però, è il panorama. Dall’alto dell’antica città si domina una larga valle, l’arancione della terra si mescola a quello delle case ed al tramonto tutto viene infiammato dal sole; un fiume, poco più d’un rigagnolo, porta acqua alla vegetazione tenace e di lontano si scorgono gli scempi edilizi. Dopo le montagne che chiudono la vista c’è il Sahara.
Anche qui la vita pubblica e quella privata sono completamente separate; il Satiro ancora di più si mescola ai marocchini. Spende una serata in totale tranquillità nella casa dove è ospitato, fuma e sorseggia una bevanda che vorrebbero spacciargli per thè ma è ponch gaelico -miele, acqua calda e wiskey- spende qualche parola con i suoi ospiti, coglie frammenti di discorsi sul loro senso del rispetto. In più comincia ad eccellere nel loro gioco preferito, il gioco del travestimento; da mane a sera, ogni volta che si cambia attività ci si cambia d’abito. In maniera profonda, si cambia lo stile di vestiario, ci cala un cappello o un turbante in modo da essere irriconoscibili: l’abito è ciò che farà il monaco. Incredibilmente il Satiro ha tutto il necessario per combinare trasformazioni su trasformazioni, dalle tuniche da arabo ai vestiti militari, poi jeans e magliette o giacche e pantaloni eleganti; naturalmente il suo abito magico che lì ha il potere di trasfigurargli il volto.

La destinazione del viaggio sembra semplicisticamente turistica, eppure l’apparenza inganna… Perchè il Marocco, come Amsterdam, è il Paese dei Balocchi. Ovviamente sono presenti signorine disponibili ed altrettanto ovviamente il Satiro spende del tempo a corteggiarne una dalla pelle candida e dai baci carichi di una tenerezza che troppo spesso non le era chiesta. Ovviamente la similitudine fra i due paesi dei balocchi non si conclude con questo primo esempio.
Durante lunghe passeggiate nel Suk di Marrakesh il Satiro trova il bazar che cercava, pieno di tutto, con un retro perfetto per studiare ed apprezzare la mercanzia, fumare, sorseggiare the… perfetto, insomma, per trattare affari da arabo. Questo genere di affari prende molto tempo, tanto che per concludere il primo, il Satiro torna nello stesso posto tre volte, propone un secondo affare, prende appuntamento per incontrare un Dottore, passa la notte della viglia in allegra compagnia e, non plus ultra, trova nel mercante, Muassif, la sua guida per il resto del viaggio.
L’altra faccia della città, quella opposta alla vita pubblica, è rappresentata dal Riad dove il Satiro alloggia; non solo il riad ma l’intero complesso di viuzze, con tanto di moschea e cinta murarie: una sola porta permette di entrare nella microcittà. L’intera famiglia allargata accoglie lui ed il suo compagno di viaggio: un uomo di mezza età proprio all’inizio dei vicoli tutto guarda e controlla, un anziano signore, il capofamiglia, lavora in un negozio appartato, le donne, trattate dal Satiro con reverenziale indifferenza, impegnate nei lavori di casa, i bambini gironzolano, vanno a scuola; alcuni giovani, dal basso profilo ma dall’apparenza vagamente pericolosa, separano la zona commerciale da quella dove le loro famiglie dimorano.
Fra tutti il Satiro conosce Alì che in qualche modo sarà il suo personale servitore, quasi il genio della lampada, umile, fedele, ed impeccabile; discreto nel chiacchierare, ineccepibbile nel soddisfare le richieste… concedere al Satiro i suoi servigi è stato, per quest’ultimo, un Onore.